Il buio oltre la siepe, di Harper Lee

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“I’ll have to read Marge’s book and I swore never to read again after “To kill a mockingbird” gave me no useful advice on killing mockingbirds! It did teach me not to judge a man by the color of his skin, but what good does that to me?”

– The Simpsons, 15×10 “Diatribe of a Mad Housewife”

Ogni volta che mi imbatto in un riferimento a “To kill a mockingbird”, romanzo premio Pulitzer di Harper Lee, sto lì e mi chiedo: ma in italiano questa cosa come l’hanno tradotta? La mia perplessità sugli adattamenti dei titoli non è mai stata un segreto, ma per quanto riguarda questo romanzo in particolare vorrei anche cogliere la ragione dietro alla scelta del titolo. Per favore, se qualcuno la conosce, mi illumini.
Al di là del fatto che il romanzo parli o no di come uccidere usignoli, non ho trovato siepi né ho pensato che facesse particolarmente buio. Quindi, mentre il senso del titolo inglese mi è stato evidente leggendo il romanzo, quello del titolo italiano mi continua a sfuggire.
Perché parto con questa discussione? Perché in tutto il resto della recensione chiamerò il romanzo con il suo titolo originale, e quella appena menzionata è la motivazione.

Rory: You know what you did.
Jess: I’m not really familiar with the blue book laws in this town, so you can be talking about a lot of things. Dropping a gum wrapper, strolling arm in arm with a member of the opposite sex on a Sunday. Ah. What about it?
Rory: You did it. The whole town knows you did. They had a meeting about it.
Jess: You actually went to that bizarro town meeting? Those things are so “To kill a mockingbird”!

– Gilmore Girls, 2×08 “The ins and outs of inns”

Quello quassù è il motivo per cui ho deciso di leggere questo romanzo. Essendo la mia vita un costante rewatch di Gilmore Girls, ad un certo punto ho deciso che era arrivata l’ora di capire meglio la citazione di Jess, soprattutto dato che sono una sua sostenitrice accanita (e, ora che Netflix farà il seguito, se i Literati non saranno endgame morirò e tornerò come fantasma a perseguitare tutti).
E adesso mi ritrovo il fardello di recensire un romanzo classico, di cui non è certo ignoto il successo, cercando di mantenere i toni che ho di solito, ovvero niente di accademico.
Avevo riflettuto sull’evitare di scriverne la recensione, ma non posso glissare sull’argomento. Non solo perché il tema – caso mai non si fosse capito dalla recensione di “Il bianco e il nero” – mi è molto caro, ma anche e soprattutto perché molto raramente nella mia carriera di lettrice mi è capitato di innamorarmi così tanto di uno stile di scrittura. È, dal mio punto di vista, estremamente brillante. Geniale. Troppi sono i romanzi con trame coinvolgenti, avvincenti e tutti gli altri aggettivi di senso positivo che si possono attribuire a una storia, ma che non hanno uno stile altrettanto sagace. Questo libro vale la pena di essere letto anche solo per via di come è scritto. E posso affermare con certezza che è entrato a pieno titolo nella sacra trinità dei miei romanzi preferiti, secondo solo e soltanto a “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery (ovviamente non tengo qui conto delle saghe, altrimenti Muriel Barbery se la giocherebbe con la Rowling).

Il romanzo è universalmente noto per via del suo tema, ovvero la discriminazione razziale. Quel che trovo brillante – anche se alcuni non troppo sagaci miei coetanei non sono d’accordo – è il fatto che la vicenda sia presentata dal punto di vista di una bambina. I bambini, creature non ancora contaminate dalle nostre troppo codificate regole sociali, non provano il sentimento della discriminazione in maniera istintiva. La voce narrante, Scout, chiama le persone di colore “negri” perché è così che le sente chiamare, ma in lei manca il disprezzo solitamente associato con il termine. Scout è priva di malizia, così come suo fratello Jem e il loro amico Dil, e uno degli unici adulti ad aver mantenuto questa caratteristica è il padre, personaggio il cui grande spessore morale spicca nonostante sia visto attraverso gli occhi di Scout, che non lo comprende affatto.
Questo è uno dei grandi pregi della scrittura della Lee. È capace di dipingere bene anche i personaggi sullo sfondo, nonostante essi siano presentati attraverso l’ottica di un altro personaggio. Se anche Scout non capisce certe vicende e certe scelte, o certi sviluppi della trama, o si fa influenzare suo malgrado da altri, ed espone la sua personale visione di tutto ciò, noi riusciamo comunque a farci un’idea nostra. Anche se lei pensa che il padre, Atticus, sia debole e vecchio perché non reagisce alle provocazioni e perché sceglie di combattere per cause perse, noi capiamo quanto quest’uomo sia forte e paziente, e di una cultura e una integrità morale infinitamente superiori a quelle di tutti gli altri suoi compaesani.
Nonostante Scout pensi che il vicino di casa, Boo Radley, sia pericoloso, e per questo lo tema, noi capiamo sin dalle prime pagine che invece si tratta di un personaggio positivo.
Questo avviene per tutti gli altri personaggi e le vicende che si susseguono. E, francamente, devo dire che il tema che viene considerato principale per me passa in secondo piano rispetto alla costruzione della presentazione dei personaggi e allo stile. È una di quelle storie che per me avrebbero potuto proseguire per sempre, perché non mi sarei mai stancata di leggere delle piccole vicende di Scout e di suo fratello, né dei cameo dei personaggi che popolano la cittadina in cui vivono, tanto variopinta quanto Stars Hollow.

Ora, dato che mi trovo a sbattere contro il muro dell’impossibilità di esprimere quanto esattamente questo romanzo sia geniale, voglio avviarmi alla conclusione dicendo questo: se pensate che il punto di vista di una bambina estremamente intelligente non faccia al caso vostro, e se non capite l’ironia (purtroppo conosco un’infinità di gente che non la capisce), non prendete questo libro in mano per poi andare in giro a dire certe stupidaggini come quelle che leggo su Goodreads. Perché leggo certe atrocità da parte di sedicenti appassionati di alta letteratura che mi fanno venir voglia di trasferirmi sul lato oscuro della Luna. Se per voi il protagonista bambino che rimane bambino – NON è uno young adult, NON è un coming of age, quindi la storia inizia con Scout bambina e finisce con Scout ancora bambina, cresciuta per quanto possa crescere da un anno all’altro una bambina delle elementari – è un fatale sbaglio da parte della letteratura, allora non c’è modo che questa storia possa piacervi. Leggerlo per poi denunciare quanto sia sbagliato che l’infanzia sia un tema idealizzato quando questo costituisce uno dei punti di forza del romanzo è da gente con i paraocchi. Oltretutto mi rendo conto che il tema della discriminazione non invogli in molti alla lettura, nonostante la sua estrema e perenne attualità. Purtroppo sono in tanti che lo leggerebbero più volentieri se ci fosse una qualche storia d’amore. Per parte mia questo romanzo è un corrispettivo letterario dell’ambientazione di Gilmore Girls, quindi non avrei potuto non amarlo.
Capisco perché molti americani lo detestino? Sì, lo capisco perfettamente. In America questo romanzo viene fatto leggere a scuola, obbligatoriamente, e nessuno meglio di me capisce quanto la costrizione della lettura sia un metodo per far odiare questa attività anche a chi la ama. Ho dovuto rileggere Pirandello fuori dal liceo per capire quanto immensamente io sia innamorata di “Uno, nessuno e centomila”. I libri propinatimi a scuola sono stati agnelli sacrificali per i buoni voti.
Se ne consiglio quindi la lettura? Sì, ovviamente. A tutti? No, non a tutti. Purtroppo non a tutti.

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Ebony and Ivory live together in perfect harmony side by side by my piano keyboard, oh Lord, why don’t we?

That’s just the way it is.
Some things will never change.
That’s just the way it is.
But don’t you believe in them.

Bruce Hornsby and the Range

Qualche volta devo sforzarmi alquanto per trovare un incipit e un titolo a quello che scrivo, e qualche volta il romanzo stesso che recensisco mi offre lo spunto per iniziare.
E’ il caso del romanzo che recensisco oggi, “Il bianco e il nero” (in inglese: “Noughts and Crosses”) di Malorie Blackman. Anni fa trovai questo libro nella Mondadori della mia città (pace all’anima sua, tra l’altro, visto che è stata chiusa, scatenando in me una rabbia tale che le mie maledizioni manderanno all’inferno me o bruceranno la città) e mi incuriosì, perché si tratta di un romanzo che viene definito “distopia” ma più precisamente si tratta di una “ucronia”: si parte dal presupposto che la storia umana abbia avuto un percorso alternativo a quello che effettivamente ha avuto. Come sarebbe il mondo oggi se i tedeschi avessero vinto la seconda guerra mondiale? Come sarebbe il mondo oggi se Colombo, per andare in India, avesse preso la direzione opposta? Come sarebbe il mondo oggi se il cristianesimo non fosse mai nato?
Questo romanzo in particolare propone questo quesito: come sarebbe il mondo se i bianchi fossero stati al posto dei neri, e i neri al posto dei bianchi?
La risposta della scrittrice è tristissima, almeno in questo volume: il mondo sarebbe stato esattamente lo stesso. È desolante, è pessimistico, ma ai miei occhi è anche la soluzione che più si avvicina alla realtà.
Quando scoprii questa visione dei fatti il libro mi incuriosì anche di più, perché Malorie Blackman si definisce così: Sono solo Malorie Blackman, una scrittrice nera. L’immensa estensione mentale che dimostra ammettendo tranquillamente che, se i discriminati (in questo caso i neri) fossero nella posizione di essere discriminatori (in questo caso i bianchi), lo sarebbero, mi commuove e mi ispira. Non tutti hanno la maturità di ammettere quella che io considero invece una palese realtà.

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Il romanzo appartiene al genere “per ragazzi”, quindi mi sento di sconsigliarlo a quanti cerchino uno stile letterario da romanzo classico o filosofico. Non è quello che troverete in questo romanzo. Non cercate neanche una trama complessa, non si sta di certo volendo proporre un romanzo storicamente accurato come “Via col vento” (giusto per andare a pescare qualcosa che tratta argomenti simili). La trama segue le vicende di Callum e Sephy, lui bianco (nel libro i bianchi sono chiamati “nulli”, in inglese “noughts”, come i zero nel gioco del tris) e lei nera (nel testo, sia inglese che italiano, “cross”, come le x del tris). Si configura già dalle prime pagine come una storia d’amore contrastato, sebbene questa storia d’amore non si palesi veramente se non verso la fine, dato che la storia inizia con i due che sono ancora alle primissime fasi dell’adolescenza: Sephy ha 13 anni, Callum ne ha quasi 16. Non cercate neanche rivelazioni scioccanti, perché i personaggi hanno il destino scritto in fronte. È chiaro che la relazione tra i due non potrà funzionare, è chiaro che in due, da soli, non potranno mai combattere contro un intero sistema ancora restio al cambiamento e all’accettazione. In effetti è più realistico così, perché si pianta il seme del cambiamento, ma è chiaro che sarà necessaria più di una generazione perché il seme non solo germogli, ma sia anche in grado di crescere e diventare sufficientemente robusto. E trovo molto realistico, ancora una volta, che sia così. In fondo, nonostante gli anni passati, ancor oggi ci sono tracce residue di disparità, vuoi contro gli afroamericani, vuoi contro le donne, o contro chi di turno. Questo germe del cambiamento lo stiamo piantando anche noi oggi per un altro gruppo che la società ha relegato allo status di minoranza, ovvero omosessuali, bisessuali, transessuali e tutte quelle inclinazioni sessuali che la società ha bollato come sbagliate. Sono tipi di lotte lunghe e combattute su terreni difficili, e per questo motivo trovo giusto che, alla fine del romanzo, non ci sia una effettiva risoluzione. La questione rimane in sospeso. S’intende che un minimo è cambiato rispetto al passato, ma è chiaro che non è ancora sufficiente.
La grande pecca di questo romanzo è che, sebbene per me potrebbe benissimo essere considerato autoconclusivo, purtroppo non lo è. Quando io lo comprai era uscito solo il primo volume, e dato che in Italia non ha avuto questo gran successo di pubblico che secondo me avrebbe invece potuto avere (ma capisco che non l’abbia, considerando cosa va di moda al momento), non ho mai saputo cosa ne fosse stato. Terminato il libro e andando su Goodreads per attribuirgli le stelline, ho scoperto che esistono ben tre romanzi successivi a questo. E francamente non sento la necessità di leggerli. Ho un sesto senso abbastanza sviluppato quando si tratta di capire se un romanzo o una saga andranno bene o male da un certo momento in poi, e non ritengo che questa serie possa ulteriormente migliorare. Oltretutto, poiché ho alquanto apprezzato che la questione sia rimasta non del tutto risolta, non voglio rovinarmi questa atmosfera. Perché, se le cose dovessero mettersi male, se il cambiamento sociale non dovesse avvenire, l’esistenza del romanzo sarebbe inutile e non più corrispondente al vero. Se dovesse invece avvenire molto velocemente, altrettanto non corrisponderebbe al vero. Se questa lenta lotta dovesse continuare, be’, a che pro insistere? Questo concetto è già stato sufficientemente chiarito qui, ribadirlo per altri tre libri mi parrebbe una forzatura esagerata.

Ammetto che leggendo questo romanzo mi è capitata una cosa che non mi è successa molto spesso in passato. I due protagonisti – gli altri personaggi si perdono un po’, ma non li ho percepiti come mal costruiti e mal gestiti come per esempio in “Divergent”, quanto piuttosto poco presenti perché il focus non doveva né voleva essere su di loro – a tratti li ho amati e a tratti li ho disprezzati. Amati perché il modo in cui sentono è davvero maturo, ma il modo in cui si comportano rispecchia la loro giovane età. Disprezzati per due motivi diversi: Sephy perché a tratti si piange troppo addosso per i motivi sbagliati, mentre Callum perché crescendo, invece di rafforzare il suo carattere, dà l’impressione di diventare più debole. Da un lato non amo molto i personaggi venduti come badass, come Tris o Katniss, quando di badass non hanno poi molto, ma dall’altro nemmeno il lamentarsi ha poi tante scuse. Non dico che dobbiamo arrivare ai livelli di forza interiore di Rossella O’Hara che giura di non patire mai più la fame, perché più su ho detto chiaramente che questo romanzo non ha di certo lo spessore di un classico, ma se paragonassimo Callum e Sephy ad altri giovani protagonisti  – i fratelli Pevensie, i vari personaggi di Harry Potter o di Percy Jackson, e così via – loro non sono all’altezza. Dato che il libro è scritto da entrambi i punti di vista, che si alternano in continuazione, mi viene spontaneo paragonare Callum e Sephy e la loro relazione a Lochan e Maya in “Proibito” di Tabitha Suzuma, e mi rendo conto che i protagonisti di “Il bianco e il nero” non sono costruiti in maniera altrettanto solida. Sarà la brevità dei capitoli, sarà la scarsità di narrazione. Spesso mi ritrovo a fare questo dibattito con la gente: in un romanzo deve preponderare la narrazione o il dialogo? Io sostengo la narrazione, e non accetto nemmeno che mi si dica il contrario. Se volessi scrivere e leggere dialoghi, scriverei e leggerei teatro, o gli script televisivi. Non dico che ci sia maggiore dialogo in questo romanzo, ma a tratti risulta comunque troppo. Ho avuto la sensazione, ad un certo punto, che i personaggi non avessero nulla da dire e parlassero tanto per parlare.

Come giustifico quindi le quattro stelle che ho attribuito a “Il bianco e il nero” su Goodreads, se ammetto che ho trovato pecche stilistiche e che i personaggi sarebbero potuti essere migliori, e che sebbene io tenti di giustificare certi errori con il genere del romanzo, mi rendo conto che non è una scusa sufficiente? Be’, partiamo dal presupposto che erano mesi che non riuscivo a leggere più nulla. Ho preso in mano grandi opere letterarie e le ho lasciate incompiute perché non mi incuriosivano a sufficienza. Avevo bisogno di un romanzo che mi scuotesse da questo torpore con un bello scossone esistenziale, e in parte mi era riuscito di sbloccarmi leggendo “La macchina del tempo” di H.G. Wells, da cui sono stata incuriosita ma non scossa quanto avrei voluto. Poi ho deciso di prendere dallo scaffale questo romanzo dimenticato, e per le tematiche trattate lo scossone esistenziale l’ho ricevuto eccome.

A me piace vivere nella mia mente, dove il mondo è un musical in stile “Sette spose per sette fratelli” o “Il mago di Oz” con un pizzico di “High school musical”, e tutto è colorato e felice, ma ogni tanto scendo dalla mia torre in mezzo ai problemi della realtà e mi lascio travolgere. Nella mia testa non esiste giustificazione alla discriminazione, di nessun genere. Per citare uno dei grandi romanzi che ho letto (questo però anche terminato, anche se un po’ agonizzando) di recente, ovvero “Il grande Gatsby” di Scott Fitzgerald: Quando ti vien voglia di criticare qualcuno […] ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.
Credo che la discriminazione sia radicata nelle ossa dell’essere umano, e che sia una realtà che non si può del tutto trascendere. Ma c’è la discriminazione tollerabile di chi va in giro a disfare i risvoltini dei pantaloni alla gente perché ne viene disturbato (e francamente non mi sento neanche di giudicarli) e c’è la discriminazione razziale che non ha motivo di esistere. Non sono mai stata personalmente vittima di discriminazione, pur venendo da un paese fortemente discriminato. La mia però è stata una posizione guadagnata e di certo ho avuto un percorso molto fortunato rispetto a tanti altri. Non a tutti sono concesse le stesse fortune e possibilità, e io sono una persona fortunata. Venendo da una famiglia di etnia e religioni miste, la mia mente non riesce neanche a formulare i presupposti per una discriminazione religiosa o razziale. E venendo da un paese discriminato non mi sento mai in grado di fare di tutta l’erba un fascio, perché so cosa vuol dire. Andando a studiare lingue orientali, poi, e venendo lì a contatto più o meno direttamente con culture radicalmente diverse dalla mia, la mia incapacità di considerare una cosa sbagliata perché diversa è scesa sotto lo zero.
Con questo non voglio dire che sono senza peccato. Non discrimino sulla base dell’etnia né sulla base della religione o dell’orientamento sessuale, almeno non intenzionalmente, ma discrimino chi non parla correttamente quando invece ha compiuto il percorso di studi necessari per farlo, discrimino chi non concepisce l’esistenza di culture diverse dalla propria, discrimino chi parla di un argomento che non conosce, discrimino chi indossa i leggins bianchi come fossero jeans e discrimino chi discrimina. E così via.
E quando dico “non intenzionalmente” mi riferisco al fatto che facciamo spesso affermazioni che, sebbene totalmente prive di malizia, possono essere interpretate come offese da parte dei nostri interlocutori. Un video che gira sul web fa notare come anche il semplice chiedere a un bambino se la sua amichetta dell’asilo sia la sua fidanzatina è un gesto inconscio di omofobia, perché non è detto che a quel bambino piacciano le ragazze, mentre chi lo chiede dà per scontato che debba essere così. Io capisco perfettamente il discorso e concordo, ma credo anche che siano necessari anni e anni per eliminare questo tipo di atteggiamenti, e oltretutto mi sembra scorretto giudicare un commento sulla base di come viene recepito piuttosto che sulla base di come viene concepito. Insomma, concordo con il teologo Abelardo quando afferma che il peccato sta nell’intenzione, oppure, come dice il proverbio, “negli occhi di chi guarda”. Abelardo non considerava l’ignoranza un peccato, quindi, secondo questa concezione, chi non sa di fare del male non può essere considerato colpevole. Ora io non voglio entrare nello specifico onde evitare di cadere in discussioni su eresie, ortodossie, filosofia machiavellica e quant’altro, perché non è quello che mi interessa in questa sede. Ma applicando questo concetto alla nostra discussione non ritengo che un gesto discriminatorio non concepito come tale debba essere considerato grave.
Sempre Abelardo (e qui mi prendo cinque minuti per sorprendermi di ricordare così chiaramente una fase di filosofia che non pensavo mi fosse rimasta impressa) affermava che “Nihil credendum nisi prius intellectum”, ovvero “non bisogna credere nulla se prima non lo si è compreso”. Io estendo il raggio d’azione di questa affermazione attribuendo al “credere” anche il significato di “giudicare”. Spesso mi ritrovo sbattuti in faccia luoghi comuni sugli asiatici che mi fanno rivoltare lo stomaco, perché a uno studioso di orientalistica non puoi dire che gli asiatici sono tutti uguali e che le loro lingue sono tutte uguali e che gli alfabeti sono tutti uguali, perché questo dà al suddetto studioso di orientalistica licenza di uccidere. Abelardo avrà pure detto che l’ignoranza non è peccato, ma credo che non si riferisse anche a chi, nonostante riceva la spiegazione dovuta e dettagliata, s’intestardisce a dire che ha ragione, e che loro sono tutti stupidi e che io sono più stupida di loro se non mi rendo conto della loro stupidità. Non credo che si riferisse anche a chi afferma di non avere pregiudizi, ma questo pacifismo si infrange quando quello che è diverso gli si presenta in casa. Non parlava neanche di chi dice di non essere omofobo ma poi non vuole essere toccato da un gay, come se l’omosessualità fosse una malattia contagiosa e lui ne avesse paura. Di certo non parlava di chi giudica inferiori quanti provengono dai paesi africani per il colore della loro pelle, come se non si trattasse di un semplice adattamento dell’essere umano alle condizioni climatiche. Non parlava neanche di chi fa di tutta l’erba un fascio per quanto riguarda gli stranieri, ma se poi gli sbatti in faccia il luogo comune legato alla propria nazione si offende perché “non siamo mica tutti uguali!”; o di chi critica gli Stati Uniti perché intervengono militarmente dove non gli compete ma dove gli conviene, ma perché mai non invadono la Corea del Nord quando la sua politica infastidisce il mondo?; o ancora di chi crede che la sua condizione di stabilità economica e di serenità ed equilibrio siano un piedistallo sufficientemente alto da potergli permettere di giudicare chi lui, arbitrariamente, considera più in basso, quando, per tornare a Gatsby, non a tutti vengono date le stesse possibilità, e non si può criticare qualcuno perché non ha la stesse opportunità; infine, per non dilungarmi ulteriormente, non parlava neanche di chi si lamenta della propria condizione di discriminato, ma a sua volta discrimina altri: trova sempre un territorio più a sud o più a est da discriminare, sempre qualcuno di più scuro o più gay o più donna, sempre, in breve, qualcuno di più debole.
E non sempre il più debole ha la pazienza di non reagire alle provocazioni. Per questo motivo ho giudicato così bene questo libro. Esattamente come tra i bianchi dominatori c’erano anche persone che disapprovavano il regime dei loro simili e c’erano invece fanatici e tra i neri dominati c’erano persone per bene così come criminali, la stessa cosa accade nel romanzo. I cross sono divisi nelle fazioni dei simpatizzanti e in quelle, purtroppo al potere, dei conservatori, e i nulli sono divisi tra chi subisce e sopporta pazientemente, e in chi partecipa al Fronte di Liberazione, che agisce anche e soprattutto per via di mezzi illeciti.
Quindi, per via di questa spinta giù dalla torre che mi ha dato questo romanzo, nonostante l’infelicità della consapevolezza, mi sento meglio e ringrazio Malorie Blackman per questo. Senza di lei forse non avrei preso in mano con lo stesso fervore il libro successivo. Senza rendermene minimamente conto, tra l’altro, sono andata a parare nello stesso campo. Un libro che da molto tempo desideravo leggere è infatti quello che in Italia è noto come “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, classico della letteratura americana che si occupa dello stesso argomento. Avevo chiesto questo libro per il compleanno e l’ho ricevuto, e l’ho portato in vacanza insieme a “Il bianco e il nero”, senza riflettere sul fatto che condividessero l’argomento. Correntemente sono a metà di “Il buio oltre la siepe” e sono completamente senza parole per la reazione che sto avendo nei suoi confronti. Mia madre l’ha letto prima di me e ha detto che sostiene che, come intelligenza della scrittura, è secondo per lei solo a “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, che è il assoluto il romanzo della mia esistenza. Quindi potete capire come io sia partita con l’aspettativa che superava la stella più lontana. E sta riuscendo a superarla. E la mia paura a questo punto è che lo amerò così tanto da non riuscire a recensirlo.

Chiudo con una piccola parentesi: ultimamente mi è tornato l’amore per 8tracks, che, se non lo sapete, è una sorta di Spotify ma gratuito. Quando leggo o scrivo mi piace ascoltare musica puramente strumentale perché le parole mi confondono, se le conosco mi viene anche automatico cantarmele in testa. Quindi, leggendo “Il bianco e il nero” sono andata su 8tracks e ho cercato una playlist strumentale, e mi sento anche di consigliarla perché si è dimostrata una colonna sonora assolutamente perfetta. Caso mai foste interessati, è questa.
Ma nonostante ciò la canzone che per me più si adatta all’atmosfera che ho vissuto leggendo il romanzo è “To build a home” della Cinematic Orchestra. Trovate la versione integrale qui, ma quello che invece vi consiglio di guardare è l’esibizione che uno dei miei ballerini preferiti dell’intero cosmo ha fatto su questo pezzo a “So you think you can dance USA”. E’ capitata a pennello perché ho guardato la puntata in cui fa quest’esibizione proprio nei giorni in cui leggevo il romanzo. Non solo adoro Billy Bell per tutta una serie di motivi a cui il solo pensare mi procura pelle d’oca e lacrime agli occhi, ma trovo anche che la leggerezza dei suoi movimento assolutamente perfetti rendano il pezzo fragile, e la fragilità è ciò che più emerge dal romanzo, e in particolare dal personaggio di Callum.

Detto ciò corro a riguardare qualche puntata di “Una mamma per amica”, dato che ho deciso di leggere “Il buio oltre la siepe” perché è, per così dire, uno dei libri consigliati da Jess e Rory. Come se già non avessi abbastanza motivi per venerare questa coppia, me ne hanno dato un altro, e pure significativo.

P.S. La citazione nel titolo è della canzone “Ebony and Ivory” di Paul McCartney e Stevie Wonder.

Recensione #14: La rivelazione, di James Dashner

Dopo un lungo hiatus che potrebbe essere seguito da un ancor più lungo hiatus, torno con una recensione che una mia gentile lettrice mi ha ricordato di pubblicare.

Ho letto il terzo volume della trilogia di Maze Runner mesi fa – se non sbaglio a ottobre – e dato che le mie peggiori previsioni per questa conclusione di saga si sono avverate, non mi sono sentita ispirata per scrivere la recensione. Dopo tutti questi mesi l’ispirazione è giunta? Nope. Neanche lontanamente. Ma siccome dubito che verrà in futuro, tanto vale scriverla adesso.

Proprio qualche giorno fa mi è capitato di parlare con due miei amici di questa trilogia, e mi è capitato di dire una cosa che credo di non aver mai detto in vita mia: “Vi consiglio di guardare i film, perché i libri non valgono proprio la pena di essere letti”.
Del primo romanzo avevo detto che non avrei saputo dire se sia bello o meno perché i pregi e i difetti si annullavano a vicenda, e quindi il giudizio dipende molto dalle preferenze personali del lettore: preferite un romanzo con una bella trama ma scritto male, o un romanzo con una brutta trama ma scritto bene? Io sono giunta alla conclusione che nessuna di queste due vie mi va bene. A questo punto forse preferisco – oltre, evidentemente, al binomio bella trama/bello stile – l’accoppiata brutta trama/brutto stile. Vi faccio qualche esempio del perché: qualche anno fa ho letto il romanzo “Wings”, di Aprilynne Pike. Questo è stato per me un perfetto esempio di cattivo stile e cattiva trama. Ho penato tre ore della mia vita per leggerlo, ho tirato un sospiro di sollievo quando l’ho concluso, l’ho messo sulla mensola più in alto, nascosto da altri romanzi, e addio, sono passata oltre. Chiaramente non ho sentito l’esigenza di continuare la saga e non ho mai sentito la curiosità di informarmi perlomeno sulla fine.
Ultimamente invece mi sto sforzando di leggere la trilogia di “Questa oscure materie”, e sebbene io debba ammettere che lo stile di scrittura di Pullman mi piace abbastanza, purtroppo la sua trama non riesce a tenermi attenta. Avete presente quando viene messo un mistero sul piatto e si sente quell’esigenza ardente di risolverlo? Un po’ come il voler sapere chi ha ucciso Laura Palmer o, più recentemente, Lila Stangard? Ecco, con “Queste oscure materie” non sento questa curiosità. Il libro non mi incuriosisce, e mi sento infastidita da questa mancata corrispondenza tra stile e trama. Soprattutto, forse, perché è quello che temo accada a me.
Dashner è il contrario: una trama che mi piace, forse anche per via di quel mio morboso attaccamento alle distopie, ma uno stile di scrittura che certe volte mi fa venir voglia di strappare le pagine, o di prendere una penna e tirare una riga sopra certi paragrafi per poi riscriverli.

Da qui in poi, trattandosi della recensione dell’ultimo romanzo di una trilogia, ci saranno spoiler.

Le più belle scene nel romanzo me le regala Newt, che nella mia mente non ha mai fatto la fine che ha fatto. Semplicemente mi rifiuto di accettare una cosa simile. Soprattutto in quel modo. Soprattutto perché, per come è stata impostata la storia, mi risulta davvero poco credibile che fosse davvero malato. Mi sarebbe sembrato piuttosto più credibile che gli avessero fatto pensare di essere malato solo per capire come avrebbe reagito. Un ennesimo test, insomma. Infatti avevo iniziato a scrivere una fan fiction per salvarlo, salvo poi non averla conclusa perché mi sono resa conto che il 99.9% del mio amore per Newt in realtà è amore per Thomas Brodie Sangster. Ma vi dico cosa sarebbe successo: nella mia variante, una ragazza di nome Anaïs salva Newt, nel momento del romanzo in cui lui rimane fuori dalla città mentre gli altri entrano e trovano Gally. Lei gli rivela che non è mai stato malato, che è immune tanto quanto lei e quanto gli altri, e che glielo proverà facendolo entrare nella città. Il piano riesce, i due entrano, e la ragazza lo porta da un medico che lavorava per la CATTIVO insieme a lei per togliergli il blocco dei ricordi. Così Newt si ricorda di lei, sua amica d’infanzia, bambina prodigio che era riuscita a capire i piani della CATTIVO e si era finta meno geniale per non diventare parte del loro esperimento, e gli aveva promesso, quando lo avevano portato via, che lo avrebbe salvato. A completamento di questa storia, Anaïs gli racconta di come poi si è fatta assumere da loro per poterli tenere sott’occhio aspettando il momento giusto per agire.
Ad un certo punto la trama dei due si ricongiunge con quella principale del romanzo, perché non volevo stravolgere tutto il finale, ma semplicemente far sopravvivere Newt. Insieme ad Anaïs, ovviamente, perché shippo loro due più di quanto abbia shippato Thomas con chiunque, nei romanzi. E sì, è anche perché mi immagino Thomas Sangster come Newt e me come Anaïs.

Sarà invece forse sorprendente per alcuni sapere che della morte di Teresa non avrebbe potuto fregarmene di meno. Non tanto perché io shippi Thomas con Brenda, come si potrebbe pensare. Teresa in quanto personaggio a sé stante non mi garba per nulla. Francamente a questo punto sono pure contenta che nel primo film abbiano eliminato la storia del collegamento telepatico tra lei e Thomas, perché questo l’ha resa più un personaggio che si confonde con lo sfondo invece che una co-protagonista.

La conclusione in sé mi è piaciuta come idea, perché si conclude con una sorta di sconfitta (in fondo i protagonisti non vincono nel senso tradizionale del termine una battaglia contro la CATTIVO) che tuttavia è una vittoria per l’umanità: la speranza della salvezza rimane. Gli immuni che potranno portare avanti la razza umana hanno raggiunto un luogo sicuro e incontaminato, da cui potrà partire una nuova era.

Nel complesso, comunque, ammetto che se non fosse stato scritto com’è scritto questo ultimo romanzo sarebbe stato nettamente superiore a tante conclusioni di saga. Spessissimo le conclusioni sono insipide, se non molto deludenti, a livello di scelte dei personaggi e di prospettive future degli stessi. Stranamente Dashner, a livello di trama, non mi ha delusa.

Questo non significa che io sia pronta a mettere mano sul prequel pubblicato nel frattempo o sulla sua nuova saga, “VirtNet runner”. Se e quando avrò voglia di leggerli, comunque, penso di farlo in inglese, giusto per capire se i suoi romanzi rendono male solo in traduzione o se la verità è che quest’uomo non sa scrivere.

Due paroline anche su un altro argomento: è uscito il trailer di “The scorch trials”, e mi trovo ad avere opinioni molto contrastanti al riguardo. Se da una parte sembra una figata di film, dall’altro mi chiedo da quale diamine di romanzo della saga lo abbiano tratto, perché di sicuro io non l’ho letto. Avevano annunciato che avrebbero anticipato alcuni elementi del terzo romanzo, ma a me sembra che si siano inventati robe di sana pianta. Comunque, se cinematograficamente renderà bene come il primo, farò loro i miei complimenti. Ora come ora però mi trovo perplessa da tutto tranne che da Ditocorto. Ditocorto spacca.

Piccolo OT: sono in hiatus per tre motivi:
1. Non posso scrivere gli altri numeri delle rubriche sulle fiabe perché sono tornata in Sicilia e tutti i materiali che mi servono sono a Venezia. Portarli con me avrebbe costituito un peso eccessivo per la mia valigia che già sfiorava il limite.
2. Non riesco a leggere nulla, ultimamente. Se esiste il blocco del lettore, io ne sto soffrendo. Per questo motivo non ho neanche molto da recensire, e per questo motivo fallirò nel mio intento di completare la “2015 Reading challenge”. Pazienza, per quest’anno è andata così.
3. Ho l’impressione di non saper scrivere più niente. È come se avessi spremuto tutte le mie capacità per scrivere la tesi di laurea e, una volta finita quella, mi servisse qualche mese per ricaricare le pile.

Perciò, detto questo, vi auguro buona estate o buoni esami o buone lauree, e ci sentiamo prossimamente!

Recensione #13: “20 Once Again”, AKA “Miss Granny”

cover

Okay, so che questo articolo non era esattamente quello che tutti volevano. Ho ricevuto richieste per recensire l’ultimo volume di “The maze runner” (lo farò in estate, promesso, e se lo dimentico ricordatemelo), richieste per pubblicare altri capitoli di “Le avventure di Anita Hemingway”, domande su “quando pubblichi il resto degli speciali primaverili?”, ma ho messo tutto da parte con il pensiero dell’impellente ultimo esame della triennale, per cui mancano esattamente 10 giorni, e della tesi di laurea che vorrei completare nel corso di questo weekend così da avere almeno un’ansia su 1756 in meno.

Ma quando ieri sera ho guardato il film “20 Once Again”, conosciuto internazionalmente come “Miss granny” (almeno IMDB dice così), ho istantaneamente deciso di dover mettere per iscritto i miei pensieri al riguardo. E’ stata una cosa così spontanea che ho aperto direttamente il sito di WordPress, non ho neanche scritto la brutta copia su Word come faccio di solito. 

Mi sento però in dovere di fare due premesse:

– La prima è che ammetto di essermi interessata al film soltanto perché uno degli attori è Luhan, di cui in questa sede mi limito a dire che è il mio idol preferito. È una definizione alquanto riduttiva, ma non voglio rompere i cosiddetti a voi quanto ai miei amici con i miei sproloqui su di lui (facciamo santa la mia amica Carlotta che non solo mi sta a sentire ma mi incoraggia anche). Ho conosciuto Luhan nel momento in cui sono entrata in fissa con il k-pop, perché fino all’anno scorso era parte della band sud-coreana EXO. Da quando ha lasciato il gruppo (spezzando tanti cuori), è tornato in Cina e ha deciso di darsi alla recitazione, e non posso assolutamente dire di non approvare. Ho saputo del film grazie allo stalking seriale al fatto che una delle canzoni della colonna sonora la canta lui, quindi è stato pubblicato il video musicale di quest’ultima, che inizialmente ho liquidato con un “Bah, la canzone è bellissima, ma guarderò il film solo perché c’è lui, altrimenti non mi ispira moltissimo”. Data questa poco incoraggiante premessa, non mi aspettavo affatto di reagire al film come poi ho reagito.

– La seconda premessa che faccio è che se qualcuno dei miei amici facebookiani si vorrà lamentare del fatto che ho invaso anche il mio blog con “i coreani”, può tenersi i commenti per sé e andare a fare una lunga passeggiata verso il paese dei balocchi, e restarci anche. Mi si fa notare che da quando seguo il k-pop invado le home altrui con i miei post pieni “di coreani”. Allora: 1) non pubblico niente, metto solo mi piace ai post; 2) non sono coreani, ma cinesi; 3) non c’è neanche bisogno del plurale, perché è quasi sempre soltanto Luhan; 4) ringraziatemi piuttosto del fatto che cospargo le vostre home di bellezza. Ecco, l’ho detto.
Detto ciò, da studiosa di giapponese che ultimamente ha ritrovato la perduta motivazione, mi sembra giusto dedicare un piccolo spazio anche all’Asia qui sul blog. Almeno una volta ogni tanto (non preoccupatevi, non vi farò il lavaggio del cervello con il k-pop, comunque), magari con qualche recensione di film dello studio Ghibli o di altri film asiatici in generale.

 

Detto ciò proseguo con la recensione. Di solito un metro di giudizio molto efficace per capire se un film mi sia piaciuto o meno è la presenza o mancanza di lacrime nei miei occhi durante o alla fine dello stesso. Vale anche per le commedie. Se un film mi piace molto lo dimostro piangendo, ed è sempre stato così. Dopo la visione di “20 once again” ho speso un totale di quaranta minuti in lacrime, con gli occhiali ridotti a chiazze perché, come ho detto anche ieri sera alla mia amica con cui discutevo del film, le mie ciglia si ricordano di dover essere lunghe solo quando devono trasportare le lacrime sulle lenti. Sono stata quaranta minuti a singhiozzare e fissare il vuoto riflettendo sull’immensità del cosmo e sulle azioni del karma.

Il concept del film non vi suonerà originale, perché più o meno è lo stesso del film “17 again” del 2009: la protagonista, Mengjun, è un’anziana signora di 70’anni che incarna la tipologia della suocera che ha da ridire su qualunque cosa la nuora e la nipote facciano, mentre adora il figlio, che ha cresciuto da sola perché rimasta vedova quando lui era ancora neonato, e il nipote (interpretato da Luhan). Dato che la nuora inizia a stare seriamente male per via dello stress a cui è sottoposta dalla suocera, la famiglia (tranne il nipote, Qianjin) decide di piazzarla in una casa di riposo almeno fino a quando non si calmeranno le acque. Triste per essere messa da parte così, Mengjun entra in un misterioso studio fotografico il cui fotografo le dice di immaginarsi all’apice della sua bellezza. Lei quindi ripensa a quando aveva 20’anni, e lo scatto la fa tornare esattamente a quell’età, dando inizio a una serie di scene comiche scaturite dal fatto che il vecchietto suo amico da sempre innamorato di lei, il nipote e un giovane discografico provano tutti interesse nei suoi confronti.

Nonostante le scene comiche, il film ha anche momenti molto drammatici, in particolare quello in cui Mengjun, diventata cantante della band del nipote, canta la sua canzone favorita ricordando – e quindi mostrandoci sotto forma di flashback – cosa abbia significato per lei crescere un bambino da sola, giovanissima vedova in tempi di povertà e difficoltà di ogni sorta. Grazie a quegli spezzoni capiamo perfettamente per quale motivo il figlio sia così importante per lei, perché ne sia così fiera e perché agisca come agisce nei confronti degli altri. Il bambino ormai adulto è stato quello per cui ha lavorato tutta la sua vita. Ogni singolo sforzo lo ha fatto per assicurare a lui un futuro felice e stabile, e continua ad agire in modo tale da proteggerlo da qualunque cosa possa costituire per lui un fastidio, anche se lieve. Perciò, quando alla fine del film c’è un confronto tra i due, in cui lui vorrebbe che lei avesse la possibilità di vivere la vita spensierata che una giovane si sarebbe meritata, invece di portare il fardello di un bambino avuto da un uomo che non amava, lei risponde che “Lo rifarei. Perché solo in questo modo sarei tua madre, e tu saresti mio figlio”. Sono sempre molto sensibile alle storie di questo genere, storie che parlano dei sacrifici dei propri genitori a favore del figlio. Ecco perché questa trama, ai miei occhi, risulta vincente.

Yang ZiShan

Oltretutto le scene comiche e quelle drammatiche sono incastrate molto bene, a mio avviso. Mettono in risalto l’attrice che interpreta Mengjun da giovane, Zishan Yang. Capace di farmi ridere e farmi piangere, capace di cantare meravigliosamente mentre le lacrime scorrono sulle sue guance ma la sua espressione non tradisce affatto le emozioni, capace di farmi relazionare al personaggio che, lo ammetto, era già molto affine a me anche senza il suo aiuto.
Perché io sono quel tipo di persona: suocera dentro, suocera anche senza una nuora. In famiglia scherziamo sempre sul fatto che mia nonna non sarà mai suocera quanto lo sono io. Quindi mi ero già relazionata al personaggio nei primi cinque minuti di film.

Ho adorato le interazioni tra i personaggi e mi sono sembrate anche molto realistiche, che è abbastanza sorprendente per me, dato che le produzioni asiatiche sembrano solitamente molto lontane dai miei canoni di realismo, purtroppo fortemente eurocentrici. I rapporti tra di loro mi sono entrati nel cuore anche di più, in particolare quello tra Mengjun e i tre uomini veramente importanti della sua vita: l’anziano Li, il nipote Qianjin e il figlio Guobin. Mengjun è uno di quei personaggi – o più in senso lato una di quelle personalità – che elevano tutti quelli con cui entrano in contatto, perciò è riuscita persino a dare un minimo spessore a Zi Ming, il tipo della casa discografica, che altrimenti non mi avrebbe detto molto come personaggio. È uno di quei personaggi femminili, inoltre, che rubano la scena a tutti gli altri personaggi femminili intorno a loro. Lo spettatore non può che prendere le sue parti, immedesimarsi in lei, guardare lei e disprezzare le altre. Gli altri personaggi femminili, ovvero la nuora, la nipote, la figlia del signor Li e l’anziana invaghita di quest’ultimo sono costruiti in modo tale da mantenere il riflettore puntato proprio su di lei. Mi spiego meglio: lei non risalta per via della mancanza di altri personaggi degni di nota, come – scusate il paragone balordo – Tris in Divergent. Non è una protagonista che spicca perché mancano altri personaggi degni di nota con cui confrontarsi. Spicca perché brilla molto più degli altri, e perché gli altri, anche se presenti, agiscono in modo tale da far amare lei dal pubblico, e non se stessi. E non vale solo per la sua versione giovane, ma anche per quella anziana, a cui dobbiamo riconoscere di aver spianato la strada alla sua giovane collega: mi ero già innamorata del personaggio nei primi quindici minuti di film grazie a lei. La giovane Mengjun ha solo seguito un percorso già tracciato.

Se a 70'anni io fossi come lei, ci metterei la firma col sangue.

Se a 70’anni io fossi come lei, ci metterei la firma col sangue.

Se quindi le donne sono presentate sotto una luce più negativa per fare da contrasto a Mengjun, gli uomini invece sono tutti presentati positivamente per lo stesso motivo: il figlio riconoscente nei confronti della madre al punto da far diventare il rispetto per gli anziani l’argomento delle sue lezioni universitarie, il nipote che vede in lei l’unica persona che lo sostiene nelle sue aspirazioni e lo comprende, il signor Li che l’ha aspettata per tutta la vita e, quando lei torna giovane, teme di aver perso anche la sua seconda possibilità di averla. Persino Zi Ming, che vede in lei la voce che aveva sempre cercato.

Oltre all’apprezzamento per le due attrici che interpretano Mengjun, quindi, Zishan Yang e Ya-Lei Kuei, devo esprimere anche quello per tutti gli altri, tranne forse Bo-Lin Chen, che ha interpretato Zi Ming, che a mio avviso non ha ben saputo reggere il confronto con Zishan Yang nelle loro interazioni.

Ora come ora, abbastanza a caldo, potrei tranquillamente affermare di aver trovato un film che entra nella classifica dei miei film favoriti di sempre, perché contiene tutti gli ingredienti che preferisco: protagonista con cui relazionarmi, storia d’amore nello stile di Gatsby e Daisy, musica, interazione madre/figlio vincente, la giusta dose di drammaticità con la giusta dose di commedia, personaggi maschili che adoro, bellissime e argute battute.

Trovarlo online non è facilissimo, ma sono state le quasi quattro ore passate a scaricare meglio impiegate della mia vita. Sono felice di dispensare il link del download a chiunque voglia dare una possibilità a questo film che, caso mai non si fosse capito, secondo me la merita pienamente.

Detto ciò vi lascio con la versione di Luhan della canzone finale del film, che oltre ad avere una melodia bellissima ha anche un testo che ho fatto mio non appena ne ho letto la traduzione (purtroppo il video non ha i sottotitoli in inglese, perciò vi metto il testo tradotto sotto), e mi ritiro di nuovo nel mio covo fatto di riassunti, schemi e appunti da ripassare, e ci sentiamo dopo il 27 di maggio!

One person walking to the finish line
somehow returning to the starting point
a new world
only now did i realize
time has no absolute

until there comes someone else
who can understand my feelings
no need to say, no need to ask
will just know, will just understand
every moment is like forever

i’m looking, there is not much time left
to make a wish, i wish there could be one more day
our tomorrow

i’m asking, how much time is left
before my eyes, i thought there would be one more day
to fulfill our promise

until there comes someone else
who can understand my feelings
no need to say, no need to ask
will just know, will just understand
every moment is like forever

I’m looking, there is not much time left
to make a wish, i wish there could be one more day
our tomorrow

i’m asking, how much time is left
before my eyes, i thought there would be one more day
to fulfill our promise

in fact there is a tale
that can turn back time
because there is a dream, that tells me
love never holds back, that gives me strength

i’m looking, there is not much time left
to make a wish, i wish there could be one more day
our tomorrow

i’m asking, how much time is left
before my eyes, i thought there would be one more day
to fulfill our promise

memories
that become eternity

SPRING SPECIAL #1: LE AVVENTURE DI PINOCCHIO E ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE VS DISNEY

SPRING SPECIAL #1: LE AVVENTURE DI PINOCCHIO E ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Abbiamo tristemente lasciato le fiabe (potete recuperare il primo post qui e il secondo qui) e siamo arrivati a confrontare alcuni romanzi con le loro trasposizioni Disney. In particolare oggi prevedo di parlare moltissimo di Alice e di meno di Pinocchio, principalmente perché Carroll mi piace molto mentre Collodi no, e fintanto che sono io a scrivere posso decidere su cosa concentrarmi.

Quello che posso dire in generale è che i romanzi, al contrario di alcune fiabe, sono stati davvero tanto edulcorati per il pubblico infantile. Il più edulcorato di tutti è Il gobbo di Notre Dame e il meno edulcorato Il libro della giungla, ma cionondimeno il target di riferimento è stato molto abbassato. Certo, la Disney come lo studio Ghibli hanno la grande qualità di rendere film per l’infanzia adatti a un pubblico di tutte le età. D’altronde credo che un film con il solo proposito di intrattenere il pubblico infantile non sia un buon film per bambini (e mi pare che qualcuno di più autorevole di me lo disse anche, ma al momento non ricordo chi).

«Destati, oh legno inanimato! Perché la vita io t’ho donato! »

Pinocchio (pinterest)

Pinocchio è stato uno dei primi romanzi che io abbia mai letto, nell’epoca in cui, udite udite, detestavo leggere con tutta la forza del mio piccolo cuore. Mi ricordo ancora che mia madre, la persona che non smetterò mai di ringraziare per avermi costretta a stare seduta a leggere per un’ora al giorno fintanto che la Rowling non ha compiuto il suo miracolo, mi faceva anche raccontare la trama di quanto avevo letto, quindi Pinocchio lo conoscevo piuttosto bene, nonostante passassi praticamente mezzora a piangere disperatamente, quindici minuti a fissare rabbiosamente le pagine tentando di incenerirle con i miei poteri psichici e solo quindici effettivi minuti a leggere. Visto che questo è stato per me un “romanzo da sacrificio”, uno di quei romanzi cioè che ho letto nel tentativo di raggiungere il bene superiore, ovvero il piacere della lettura, potete capire perché non mi faccia poi tanta simpatia. Oltretutto, essendo un classico della letteratura italiana ma non avendolo mai studiato a scuola, mi chiedo se si scelga di non farlo studiare perché effettivamente non è poi questo granché. Qualcuno mi illumini. Perché a me è stato ficcato giù per la gola Verga dalle scuole elementari, quando poco poteva importarmene del suo realismo e dei suoi pregi letterari (sempre che ne abbia), sol perché era italiano e per giunta delle mie parti. Collodi non ha nessun merito a livello letterario? O lo abbiamo snobbato solo nelle scuole che ho frequentato io?

Detto ciò, chiedo scusa per il poco approfondimento del soggetto, ma questa volta ho dovuto attingere a Wikipedia, perché nei libri che ho usato come fonte le volte precedenti né Collodi né Pinocchio, in una qualunque delle sue varianti, sono citati.

A differenza di come ho agito con le fiabe, questa volta non starò a raccontarvi la trama del romanzo, perché è veramente molto lunga e ricca di avvenimenti. Pinocchio vive tantissime avventure, motivo per cui vorrei concentrarmi più sul significato del tutto che sulla trama nello specifico.

Quello che posso dire anche senza l’ausilio di Wikipedia è che il romanzo di Collodi, il cui titolo in realtà è “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, pubblicato nel 1883, è l’unico romanzo italiano completamente picaresco che mi venga in mente. Certamente ci sono personaggi nella letteratura italiana che intraprendono un percorso di formazione che li porta alla maturazione e alla presa di coscienza di sé e del mondo – un esempio che per qualche assurdo motivo che non colgo, dato che il romanzo non mi piace, mi viene in mente al momento è Renzo di “I promessi sposi” – ma nessun romanzo che sia totalmente incentrato su questo, perlomeno non che io sappia.

Ora, sebbene a quanto pare Italo Calvino la pensi nello stesso modo, a me viene immediatamente un dubbio: si può davvero considerare Pinocchio un personaggio in crescita? La sua bontà estrema lo rende così ingenuo da cadere in tutti i tranelli, in continuazione, e solo la fortuna dalla sua parte riesce a toglierlo dai guai. È un personaggio che intraprende un percorso di crescita, sì, ma c’è da riflettere sulla fine di questo percorso: c’è mai stata una fine? Un momento in cui si sia pensato “Da questo momento in poi Pinocchio sarà diverso perché ha imparato la lezione”? Io personalmente non lo ricordo, ma ribadisco la mia ignoranza in materia.

Pinocchio come personaggio è stato interpretato in una moltitudine di modi: secondi alcuni rappresenta metaforicamente l’infanzia tormentata di Gesù; secondo altri, visto che Collodi faceva parte di una loggia massonica, rappresenterebbe una persona in cerca della propria anima. Io invece sto a chiedermi se non sia il particolare del naso a rendere Pinocchio davvero famoso a livello mondiale. Insomma, anche chi non conosce la trama di Pinocchio sa che Pinocchio era il burattino a cui si allungava il naso quando mentiva. Elemento che, a quanto pare, avrebbe un esplicito significato sessuale, che però non capisco dove voglia andare a parare. Insomma, abbiamo parlato dei significati sessuali delle fiabe, quelli teorizzati dalla critica psicanalitica (da allora, tra l’altro, ho spulciato il libro in cui il più volte citato Bettelheim scrive tutto ciò, e c’erano persino più simbologie sessuali di quelle che ho menzionato), che però avevano un senso: le sorellastre di Cenerentola nella versione dei Grimm si “castrano” mutilandosi i piedi per calzare la scarpetta, e i loro piedoni simboleggiavano una femminilità aggressiva, poco adatta al matrimonio, contraria a quella passiva di Cenerentola; il fatto che Bella vedesse l’uomo come una Bestia era dovuto alla sua repulsione per l’altro sesso che indicava il suo non essere ancora pronta al matrimonio e quindi all’iniziazione sessuale; e così via. Ma che il naso di Pinocchio rappresenti il pene, dove vuole andare a parare? Dove ci porta questo elemento? Come cambia la nostra lettura della storia ora che sappiamo questo? Se qualcuno ha delle teorie o delle risposte di sorta, si faccia avanti e mi illumini, sono davvero curiosa.

C’è una stella su nel ciel
che ogni sogno può appagar
e la gioia più serena sa donar
e se a lei tu schiudi il cuor
con fiducia con amor
quella stella sul nel ciel ti ascolterà

(Pinocchio – Una stella cade)

Il film della Walt Disney esce nel 1940, ed è il secondo classico Disney dopo Biancaneve. La trama è ridotta all’osso, e mancano alcuni elementi che in altre trasposizioni sono invece stati resi. Se vogliamo quindi avere un’idea di come sia Pinocchio, converrebbe non affidarsi a questa. Basti pensare che una delle vicende più celebri di Pinocchio è quella della balena, balena che nel film è diventata un pescecane. E un po’ come non sapevo perché mi desse così tanto fastidio che nel film di Maze Runner piovesse nonostante la location nel deserto e nonostante nel libro fosse più volte specificato e ribadito e sottolineato e sottoscritto che nel Labirinto non pioveva mai, allo stesso modo, senza particolari ragioni, mi infastidisce il cambio di animale. Non so, dopo avermi fatto venire il terrore di poter essere ingoiata da una balena, cambiare animale mi è sembrato un tradimento. Non indagate sui miei processi mentali.

Ad ogni modo, se andate su Wikipedia a leggere le differenze tra il romanzo di Collodi e il film Disney, la sezione è più lunga della trama. Quello che cattura la mia simpatia nel film è il Grillo Parlante, non a caso diventato un personaggio icona. Il fatto che gli abbiano attribuito la narrazione della storia mi ha fatto piacere, oltre ad averlo reso uno dei narratori Disney più caratteristici, tanto che Disney Channel gli assegna la stessa parte anche quando deve presentare un momento particolare, come gli speciali di Natale (non so se il giorno di Natale il canale lo faccia ancora, ero al liceo l’ultima volta che ho avuto modo di guardare Disney Channel durante quel giorno). Nel libro il personaggio del Grillo non era fondamentale, si trattava di un personaggio minore. Kudos alla Disney per averne intuito le potenzialità.

La Fata Turchina, invece, è un personaggio che è stato fondamentalmente modificato per incarnare un certo tipo di ideale femminile. Sappiamo benissimo che spesso nei film creati per il grande pubblico vengono inserite figure femminili con lo scopo di alleggerire la trama (*caugh* Tauriel *caugh*). In questo caso il personaggio non è stato di certo creato dal nulla, esisteva anche nel romanzo, ma con una storia e delle caratteristiche ben diverse. La fata del film è stata modellata per incarnare l’ideale femminile degli anni ’30 negli Stati Uniti, quindi nemmeno un personaggio femminile secondario è sfuggito al rimodellamento disneyano secondo i canoni dell’epoca. Tra l’altro la modella che ha posato per il personaggio è la stessa che ha posato anche per Biancaneve, film uscito appena tre anni prima.

Concludo scusandomi per lo scarso approfondimento sul tema, siete i benvenuti se volete integrare il poco che ho detto con le vostre personali conoscenze, magari qualcuno riesce a farmi cambiare idea e a farmi piacere un po’ di più la storia!

«Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe! »

Alice nel paese delle meraviglie

Giunge adesso il momento di spezzare il cuore a tutti quelli che pensano che Lewis Carroll abbia creato il paese delle meraviglie con la consapevolezza di quello che stava facendo. Cioè, mi spiego meglio: moltissimi pensano che Carroll abbia creato la sua opera con l’intento di creare qualcosa di grandioso e mai visto, con l’intento specifico di attingere a un apparato mitologico e folcloristico e creare qualcosa di nuovo, come ha fatto Tolkien, ad esempio. E invece non è affatto così. Carroll non ha scritto “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e il suo seguito, “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, con pretese di artisticità. I fini non mancavano: la parodia della società vittoriana e delle sue regole e istituzioni; la consapevole rottura con la letteratura pedagogica per l’infanzia; l’esaltazione della cosa più importante che l’uomo possieda e anche quella più sprecata, ovvero il tempo. Tutti questi elementi molto forti sono stati però messi in ombra dalla Wonderland stessa, tanto che in un saggio di Alessandra Avanzini intitolato “Il viaggio di Alice. Una sfida controcorrente”, quando si parla del successo mondiale dell’opera, viene detto che “probabilmente, e paradossalmente, il motivo di tanta risonanza risiede proprio nel fatto di non essere stato compreso!”. Mentre alcuni romanzi oggi considerati per l’infanzia ma in passato puri testi di satira politica, come “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, sono stati privati del loro contesto e resi letteratura per l’infanzia perché i posteri non hanno più colto le allusioni politiche, secondo la Avanzini l’innovazione logico-cognitiva di Carroll era troppo raffinata persino per i suoi contemporanei. Quindi il testo è stato mal compreso persino alla sua prima pubblicazione.

Devo qui spendere qualche parolina in difesa del nostro Charles Lutwidge Dogson AKA Lewis Carroll, il quale viene spesso additato come pervertito pedofilo molestatore di bambine. Se oggi infatti è alquanto inquietante andare a fotografare bambine altrui (per quanto mi concerne anche le proprie) in, per così dire, desabillé, ai tempi non era niente di scandaloso, anzi, era di uso piuttosto comune. Carroll richiedeva ai genitori delle bambine fotografate di essere presenti al momento delle fotografie, oltretutto, e mai è stato da essi sospettato in alcun modo di rapporti con le bambine stesse. Moltissimi infatti ritengono che la sua fosse una curiosità puramente estetica. Altri ritengono che provasse un’attrazione solo platonica per i soggetti fotografati. Ad ogni modo non è mai stato dichiarato che abbia avuto rapporti con le ragazze, e anzi è stato dimostrato che ne ha avuto con donne adulte, single e non. Lungi da me chiaramente giustificare la mentalità vittoriana secondo cui questa pratica era del tutto normale, ma se mi calassi nella mentalità dell’epoca lo sarebbe. Non lo è oggi. Anche i greci giudicherebbero male gli ultimi secoli se sapessero come la società ha trattato l’omosessualità, quando loro se ne andavano in giro avendo rapporti con gente dello stesso sesso come se non ci fosse un domani.

Ora che abbiamo messo da parte, spero, la cattiva predisposizione nei confronti di Carroll, passiamo al suo genio nella logica e nella matematica e a come queste cose hanno contribuito a creare il mondo di Alice (personaggio ispirato a una delle bambine fotografate di cui sopra), che io adoro e ho sempre adorato, al contrario di Pinocchio.

Wonderland, anche se non può essere interpretata come allegoria di un mondo fantastico con qualche significato simbolico religioso/mitologico/filosofico, ha certamente altri significati. Uno fra tutti è lo stravolgimento della logica comune. Non si tratta però di un capovolgimento della logica, perché quello sarebbe molto semplice: basterebbe pensare ogni cosa al contrario e avremmo le regole secondo cui giocare. La parodizzazione della società vittoriana si palesa quando Alice, in un primo momento, s’impunta nel cercare di rispondere ai personaggi con il common sense. Ovviamente, però, i personaggi della Wonderland giocano in casa, perciò Alice viene sconfitta nel momento in cui non capisce e non sa come rapportarsi con gli altri. Il primo personaggio con cui Alice ha finalmente un dialogo e attraverso cui diventa palese agli occhi del lettore che l’unica vita di uscita che Alice ha è relazionarsi con gli altri, perché ogni conversazione ha bisogno di almeno due parlanti, è lo Stregatto. E a proposito di conversazione, il linguaggio, dopo il tempo, è forse l’elemento più importante nelle vicende di Alice. Il tempo come entità personificata è non solo una realtà sfuggente ma anche vendicativa: non saperlo gestire significa incorrere nella sua ira. I partecipanti al tè dei matti sono rimasti intrappolati nella stessa ora – le cinque del pomeriggio, quindi l’ora del tè – proprio perché hanno litigato con il tempo. Mi prendo qui una piccolissima licenza per far notare come, tra i personaggi che partecipano al tè dei matti, sia il Leprotto Marzolino quello più presente, e non il Cappellaio. Non so se la fortuna del Cappellaio Matto sia dovuta alla trasposizione di Tim Burton o se sia effettivamente sempre stato colui che catturava di più l’attenzione. Per quel che mi concerne ho sempre avuto un debole per il Leprotto Marzolino, che considero a tutti gli effetti un mio alterego romanzesco. Ma chiudo subito la parentesi.
Dicevo che oltre al tempo è molto importante il linguaggio, e in particolare il linguaggio condiviso, e quindi la conversazione. Quel che si dice va rivestito di importanza, non si possono dire le cose tanto per dire. “Una volta che si è detta una cosa, ciò la fissa e bisogna portarne le conseguenze”, dice la Regina Rossa, e non potrei essere più d’accordo. Ma l’ambiguità del linguaggio viene fuori durante l’incontro tra Alice e Humpty Dumpty, nel secondo volume delle avventure di Alice. Humpty Dumpty non dirà molto a noi come personaggio, ma nel mondo inglese era ben noto, ed era noto anche ad Alice: era il protagonista di una famosa nursery rhyme, ovvero una filastrocca. Costui non solo si rifiuta di essere il personaggio da filastrocca che è, ma vuole anche ergersi a manipolatore del linguaggio. Secondo lui, pagando un extra alle parole, le si può caricare di qualunque significato. Ovviamente questo rende la comunicazione impossibile. Se io dico banana ma intendo fenicottero, e l’altro non lo sa, perché per lui una banana è una banana, non ci capiremo mai. Bisogna che il linguaggio abbia una convenzionalità, altrimenti si cade nel solipsismo.
Le parole però hanno ancor più importanza nella vicenda di Alice nel bosco delle cose che non hanno nome. Secondo questa vicenda, è il nome delle cose che permette loro di esistere e che le definisce. Le cose senza nome non esistono. E se le parole non dovessero più creare relazioni, allora una bambina può essere amica di un animale, che non avrà paura di lei, perché non ci sarà nulla a regolamentare il loro rapporto.

Queste sono soltanto alcune vicende legate alla questione del tempo e a quella del linguaggio, ma essendo la prima protagonista e la seconda la specialità di Carroll, capirete che entrambi i romanzi ne sono pieni.

Tornando brevemente alla questione del rapportarsi con gli altri per trovare la via d’uscita, il personaggio con cui Alice più si relaziona è il Cavaliere Bianco, poveretto che, sebbene secondo gran parte della critica rappresenti Carroll stesso, non ha avuto poi molta fortuna. È lecito sottolineare come la maggior parte delle trasposizioni si concentrino sul primo viaggio di Alice a Wonderland, viaggio in cui Alice non incontra questo personaggio. La funzione di guida-amico-simpatizzante-inserite-aggettivo-a-caso-che-indichi-legame la assume sempre il Cappellaio. Posso capire perché, non dico di no. Posso capire per quale motivo il Cappellaio abbia oscurato sia il Leprotto che il Cavaliere: è un personaggio più strambo. Una lepre non è tanto lontana da un coniglio, e il Bianconiglio è il primo personaggio di Wonderland a comparire, quindi ci si relaziona prima con lui. Mentre il cavaliere, figura anziana e calma e quasi del tutto normale in quel mondo di matti, non risulta molto simpatica proprio grazie alla sua calma e normalità. La gente non legge/guarda Alice per trovarvi figure familiari. Lo legge/guarda per il nonsense.
Tuttavia il Cavaliere è molto più importante di quel che si penserebbe: guida di Alice, non solo la aiuta ad arrivare a sconfiggere la Regina Rossa e diventare lei stessa regina, ma è anche l’unico adulto che faccia eccezione all’affermazione “Alice è la prima bambina della letteratura a non imparare assolutamente nulla dagli adulti”. Nel mondo di Pinocchio gli adulti hanno ragione, sanno come bisogna comportarsi e il torto sta dalla parte del protagonista che non segue i loro consigli. Alice, invece, insegna come sia lei ad avere ragione, come gli adulti dicano e facciano cose insensate e senza testa né piedi. Ma il Cavaliere è l’eccezione che conferma la regola.

Oltre alla parodia sociale, alla distruzione della logica, alle riflessioni sul tempo e sulla metafisica, e agli spunti di riflessione ontologica, su cui non mi dilungo altrimenti scriverei un saggio degno di pubblicazione, vorrei prendere spunto da uno dei testi a cui ho attinto per scrivere questo post, ovvero quello della Avanzini di cui sopra, per parlarvi del paragone tra Alice e storie simili, la più importante quella di Coraline. La Avanzini prende come spunto il film del 2009 “Coraline e la porta magica”, e non il romanzo di Neil Gaiman (lo stesso scrittore di “Stardust”, notizia che a me lascia perplessa così come mi lascia perplessa il fatto che Ryan Murphy riesca a creare con la stessa testa Glee e American Horror Story. I loro sogni la notte saranno molto interessanti) a cui questo attinge perché non sufficientemente noto al pubblico. Io faccio la stessa scelta perché purtroppo non ho ancora letto il romanzo. Premetto che trovo Coraline un film spaventoso. Alla mia veneranda età di 19 anni, quando lo vidi per la prima volta, ho avuto difficoltà a guardarlo al buio per via delle scene finali. Se penso alla madre-surrogato che ingoia la chiave della porta, ho ancora gli incubi. Ad ogni modo da un lato amo da impazzire questo strano tipo di animazione stop-motion vagamente macabro, stile Frankenweenie o La sposa cadavere, ma dall’altro concordo sul fatto che la storia non abbia poi un messaggio tanto positivo. Se Alice finisce a Wonderland in sogno, sogno che sogna addormentandosi per via della momentanea noia, e da Wonderland esce senza poi troppe difficoltà, senza provare dolore e con pieno successo, Coraline al contrario finisce nell’altro mondo a causa dell’insoddisfazione e noia croniche della sua vita, e finisce per tornare non perché il mondo di partenza sia desiderabile ma perché l’altro mondo è peggio di qualunque incubo. Gli adulti nel mondo di Coraline sono persone che causano il desiderio di escapismo della bambina, cosa di cui gli adulti del mondo di Alice non si macchiano. Altra grande differenza che la Petrina nota è che mentre Wonderland è un mondo creato completamente ex novo, il mondo altro di Coraline è semplicemente una “distorsione della realtà”. Coraline è talmente irrigidita da non avere nemmeno la fantasia di creare qualcosa dal nulla. È lecito tuttavia specificare che il viaggio di Coraline è un viaggio nel proprio inconscio, non proprio in un altrove. L’inconscio di Coraline comunque non le insegna nulla di positivo: visto che i due mondi di Coraline non comunicano, al contrario di quelli di Alice, l’unica cosa che lei impara dal percorso è di non avere pretese troppo alte. Il suo mondo di partenza non migliora e lei non impara a gestirlo. Vive con i genitori che non la degnano di attenzione, genitori che tuttavia vengono salvati da Coraline, istillando forse il dubbio che gli adulti di oggi sono talmente assorti in quello che fanno da avere bisogno di essere salvati dai bambini. Saranno salvati, ma non si accorgeranno nemmeno di essere stati in pericolo.

Guidaci
Le meraviglie mostraci
In quei paesi magici
Che sai trovar

(Alice nel paese delle meraviglie – Il paese delle meraviglie)

Ammetto di non essere una grandissima fan della trasposizione Disney di Alice. La loro versione dello Stregatto è ai miei occhi una delle cose visivamente più agghiaccianti di sempre. Preferisco persino il Lucifero di Lady Tremaine in Cenerentola. Non so, quel sorriso mi disturba e la forma da porco a strisce fucsia e viola non mi aiuta a simpatizzare con il personaggio. Personaggio che inoltre in questa versione è negativo, mentre nel romanzo non lo era affatto (non che fosse attivamente positivo, ma negativo non era di certo). Devo dire che ho rivalutato lo Stregatto grazie alla versione di Tim Burton.

Ad ogni modo, il film esce nel 1951, e come ogni trasposizione di Alice, mischia elementi del primo romanzo con elementi del secondo, cambiando anche l’ordine di apparizione dei personaggi. Ovviamente in questo modo si perde l’idea dell’avventura di Alice come percorso. Vengono omessi tantissimi avvenimenti, tra cui alcuni di quelli che personalmente preferivo, come la Duchessa amante del pepe e quello con la tartaruga che racconta la sua storia.

Alla vicenda del tè dei matti viene attribuita più importanza, anche ficcando qui la celeberrima storia dei non-compleanni, che nel libro era Humpty Dumpty a tirare fuori, mentre qui è il Cappellaio, se la memoria non m’inganna.

La Regina Rossa, nei libri Regina di cuori, diventa inoltre molto più sanguinaria nel film che nel libro, dove in realtà il marito è altrettanto crudele, ma la loro crudeltà è del tutto inutile dato che le condanne a morte non vengono mai eseguite.

Ma a parte le ovvie e scontate differenze di trama, che nel caso di Alice, come dicevo, alterano completamente il messaggio del testo di partenza, il cambiamento più importante di tutti è sicuramente il motivo per cui Alice segue il Bianconiglio. Nel film lo fa perché desidera sapere dove sta andando. Nel libro l’obiettivo di Alice è quello di raggiungere il giardino che ha intravisto dalla minuscola porticina da cui non è riuscita a passare all’inizio, ovvero il giardino di rose della Regina. Secondo molti studiosi il giardino rappresenta il Giardino dell’Eden, sebbene non tutti siano d’accordo, dato il non trascurabile dettaglio che il giardino si dimostrerà non essere il luogo ameno che lei desiderava. La realizzazione della finzione del giardino sarà uno dei fattori che nel libro farà scattare in Alice la presa di posizione e, di lì a poco, la conquista del potere decisionale e il conseguente ritorno nel suo mondo. Tutto questo, nel film, viene inesorabilmente perso. Perciò rimango fermissima nell’affermare che se c’è un motivo per cui Alice nel paese delle meraviglie è così famoso è l’assoluto nonsense che la gente trova buffo e che nessuno sente l’esigenza di indagare. Viene percepito come storia leggera e divertente e basta.

Devo qui chiaramente spendere due paroline per la versione di Tim Burton del 2010, demonizzata alquanto da molta gente. Ammetto che per me il film vince anche soltanto grazie al vestito fatto di tende che Alice indossa. Ho un fetish assurdo per quel vestito lì. Ma a parte questo, se vogliamo parlarne seriamente devo dire che non sono d’accordo con la Petrina quando boccia categoricamente il film. Premetto che sono una di quelle persone per cui quello che Tim Burton tocca è oro (anche se sono fermamente e ferocemente contraria all’assegnazione della regia del remake di Dumbo a lui, ma questa è un’altra storia legata al mio disappunto per la direzione che la Disney ha preso nel recentissimo passato). Ma a prescindere dal mio apprezzamento per le atmosfere di Burton, e per Helena Bonham Carter e Johnny Depp, non trovo che il film abbia un messaggio sostanzialmente negativo, come la Petrina afferma. Certamente il fine della storia diventa tutt’altro, ma mentre nel cartone trovavo che banalizzasse il tutto, nei confronti di questa scelta – la storia come trampolino che facesse trovare ad Alice il coraggio di combattere le limitazioni sociali – non ho obiezioni. Oltretutto amo il lavoro fatto con lo Stregatto e il Brucaliffo, e idem con patate per i personaggi delle due regine. L’unica remora che ho è che il topino è un personaggio inutile e irritante. Piuttosto avrei dato molto più spazio al mio trascurato Leprotto Marzolino, che tuttavia ai miei occhi ha la battuta migliore del film:

Una trasposizione che è vagamente forse più fedele delle altre, e che soprattutto ha la vicenda della Duchessa con il pepe e della tartaruga a me tanto care, è un film per la televisione del 1999 con protagonista Tina Majorino nei panni di Alice (Heather Brooks in Grey’s Anatomy, per capirci). Questa particolare trasposizione ha un aspetto in comune con Coraline e una con il film di Burton. La prima è il fatto che i personaggi di Wonderland somigliano agli invitati della festa dei genitori di Alice, quindi non sono creazioni totalmente ex novo, ma nonostante ciò la storia è totalmente frutto dell’inventiva della protagonista. La seconda è la festa di partenza e di ritorno, che Alice impara ad affrontare grazie al viaggio. Ora che ci penso una seconda somiglianza con il film di Burton c’è: la Alice del 2010 toglie dalla spalla del suo pretendente un bruco blu, e alla fine, mentre salpa per la Cina, una farfalla dello stesso colore si poggia sulla sua spalla, farfalla che lei saluta con il nome di “Brucaliffo”. Viene lasciato quindi intendere che in minima parte la magia di Wonderland è anche nel mondo reale. Nel film del 1999, quando Alice torna ad affrontare gli ospiti dei genitori, dal pubblico le sorride lo Stregatto, lasciando passare lo stesso messaggio.

Bene, fanciulle e fanciulli, direi che con questo posso concludere il discorso di oggi. scusate se ci ho messo tanto a partorirlo, ma ho avuto una certificazione di inglese di cui preoccuparmi nel frattempo. Spero di non metterci tanto anche per i prossimi numeri. Ah, avviso anche che visto che siamo a marzo le rubriche sui romanzi si chiameranno “Spring special” invece che “Winter special”. Non vorrei arrivare a giugno ancora con le rubriche invernali.

BIBLIOGRAFIA E ALTRE ANNOTAZIONI

I testi da cui ho attinto sono:
La fiaba letteraria inglese: Metamorfosi di un genere, di Laura Tosi, Edizione Marsilio, 2007
Il viaggio di Alice: una sfida controcorrente, di Alessandra Avanzini, Edizione Franco Angeli, 2011

Le fanart sotto i titoli dei paragrafi sono state prese da QUESTA pagina tumblr (NON quella su Pinocchio, trovata su Pinterest).
Se vi interessa l’argomento disneyano, oltre a restare sintonizzati per i futuri post, potete anche correre a leggere questi, molto ben scritti e argomentati del mio blog preferito:

Le donne, i cavallieri, l’arme e gli amori: L’evoluzione delle principesse Disney dal 1937 al 2013
Là dove i cuori son fatti sì malvagi: L’evoluzione dei cattivi Disney dal 1937 al 2014